
Dijana Pavlovič
“C’è un tempo che non si misura.
Un tempo che resta incastonato nella pelle, nei sogni, nei gesti.
Una piccola reliquia di memoria, un amuleto della terra, del cuore, delle radici.
Dentro c’è il segreto delle spezie, la polvere delle stagioni, il battito silenzioso di qualcosa che ha resistito.
Portano fiori dimenticati, semi che non hanno mai smesso di sperare, terre vulcaniche, foglie erranti, parole non dette, silenzi che gridano.
Non sono solo ornamenti. Sono segni, porte, testimoni.
Chi li indossa, porta con sé una storia.
Una ferita che si fa luce. Una promessa che si fa forma.
Ogni medaglione è un corpo minuscolo di libertà.
Un piccolo cuore che batte contro l’oblio.
Un ricordo che si rifiuta di morire.”
Dijana Pavlovič è un’artista che trasforma la materia in memoria. Nelle sue nuove opere in resina di grande formato, riprende e amplifica il processo creativo che ha dato vita alla collezione Luludì: un dialogo profondo tra natura, materia e spirito. Elementi organici, pigmenti minerali, tracce di paesaggi interiori e frammenti di tempo si fondono in una ricerca che restituisce alla materia la sua voce più intima e poetica.
Attraverso queste composizioni, Dijana Pavlovič esplora il confine tra ciò che si conserva e ciò che muta, tra il gesto umano e la lenta alchimia naturale. Ogni opera è un contenitore di vita, un amuleto che trattiene la luce, il respiro della terra e la memoria del gesto creativo.
Ho raccolto piante, semi, fili, spezie, e li ho lasciati cadere nel tempo liquido della resina,
come se un gesto antico, custodito in me, stesse solo aspettando di riemergere.
Vengono da lontano.
Sono riemersi mentre scrivevo il mio libro,
quando ho guardato in faccia l’essenza rom che porto dentro,
l’ho ascoltata parlare con la voce di mia madre, di mia nonna, della mia bisnonna.
Era un periodo di scavo e di vertigine: mentre scrivevo,
la parte creativa, intuitiva, che avevo messo in disparte per anni
è tornata a bussare con forza.
Anche la curatela del Padiglione Rom mi aveva riportata nell’arte,
nella possibilità di raccontare l’identità dall’interno.
E da quella corrente, quasi senza accorgermene,
sono sgorgati questi pezzi: 117 gocce di memoria, resistenza e bellezza.
Il numero non è casuale. 11 è il mio numero, sono nata l’11.11 alle 11. Due “1” affiancati, come colonne gemelle, due presenze, due radici che sostengono una soglia.
E poi il 7, il numero della conoscenza interiore, della prova iniziatica, della rivelazione.
È il cammino accompagnato: non si entra da soli, si varca insieme.
La somma è 9, il compimento di un ciclo, il passo che chiude e apre nello stesso gesto.
E nella sua ossatura matematica, 117 è : 3alla seconda X 13.
Il 13, amore e trasformazione, moltiplicato per un tre perfetto, trinitario. Li ho chiamati Luludi – fiore in romanes.
Il fiore è la forma più compiuta e fragile della pianta,
il momento in cui si offre al mondo e insieme custodisce il seme del futuro. Sboccia dove può, anche tra le crepe,
e il suo destino è di essere bello.
Il fiore è memoria di radici invisibili e promessa di frutti che ancora non si vedono.






